VORAGINE A LA PIANA: E ADESSO IL DANNO CHI LO PAGA?

In questo focus analizzeremo fatti e protagonisti di questa vicenda, le possibili soluzioni e le eventuali responsabilità. Con una certezza: il tombino "non si sente responsabile".

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Questa mattina verso le 7.30, uno scuolabus vuoto si dirigeva verso Colonnata. A un certo punto, l’autista ha inchiodato e ha dovuto fare immediatamente inversione. Davanti a lui una voragine in località La Piana, fra Colonnata e Bedizzano. Un lavoratore che si trovava sul posto si è avvicinato per verificare. La scena che si è trovato davanti era a tratti inquietante: la terra e gli alberi a ridosso della voragine stavano collassando. Lui stesso ha dovuto indietreggiare velocemente, con l’asfalto che franava sotto i piedi.

Questo è quanto avvenuto. Cerchiamo ora di capirne di più, specie per quanto riguarda le dinamiche e le eventuali responsabilità.

45 metri sotto il livello della strada c’è una galleria, creata per la ricerca di filoni “buoni” di marmo. È risaputo che – a un certo punto dell’estrazione – gli operai abbiano trovato una cavità particolarmente grande. Una vera e propria grotta, sicuramente parte di una rete di condotti carsici. Pertanto hanno tappato il buco, probabilmente con terre e materiali di risulta. Ma chiaramente – con questo intervento invasivo – l’equilibrio del luogo è stato alterato. Seppure con la toppa.

Sulla strada vi sono poi un paio di tombini per il deflusso delle acque meteoriche. Ma in quei tombini, oltre all’acqua piovana, vi si immettono anche le acque delle cave sovrastanti. In questa situazione, è evidente che essi risultino sottodimensionati. E soprattutto non adatti a ricevere fanghi e detriti. È plausibile che una tale portata prolungata di acqua abbia finito per trovare altre strade nel reticolo. Magari intercettando gli stessi condotti che hanno creato la grotta di cui sopra.

I colonnatesi sono testimoni delle difficoltà che incontrano nell’attraversare quel punto, ogni volta che piove. Foto e video si sprecano in rete, nel silenzio dei quotidiani locali.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte ad una situazione curiosa.

Di sopra, una cava che butta verso la strada tanta acqua da riempire la carreggiata di fango e detriti. Di sotto, diverse gallerie per l’estrazione di marmo. E una di queste che di fatto apre la strada all’acqua (e a tutto ciò che si porta dietro, ndr). Il tappo di detriti, anche questa volta, non ha funzionato. Nel mezzo, una strada oggi inutilizzabile. E chissà per quanto tempo ancora.

Poiché è fin troppo semplice dare la colpa al tombino o alla natura, quanto descritto porterebbe a pensare a un concorso di causa. Ovvero la mancata regimazione delle acque “dal piano di sopra”, unita all’alterazione del carsismo sottostante. E per “alterazione” non ci riferiamo solo alla galleria incriminata. Infatti il luogo è una sorta di lingua di terra e roccia, lunga un centinaio di metri circa. Sui lati, decine di metri di strapiombo. E in uno di questi, il dirupo termina in una cava “a pozzo” da cui partono le gallerie sopra citate.
Quali sono gli scenari che si prospettano?

Partiamo dalle certezze.
Una di queste è che, ancora una volta, i colonnatesi dovranno trovare strade alternative per raggiungere casa. Molto più lunghe, ovviamente. Come se non ne avessero abbastanza dei disagi che tuttora incontrano, nel tratto da Gioia in su.
Un’altra certezza è che comunque il passaggio verrà ripristinato il più presto possibile. Non certo per gli abitanti, bensì per i camion del marmo. Soprattutto per quelli del bacino di Gioia e per quelli della In.Gra.

Massimo Gardenato

La In.Gra Srl è una ditta della Garfagnana, intestata al noto Bruno Ambrosini Nobili di Piazza al Serchio. La ditta si avvale dell’esperienza di Massimo Gardenato, che cura i piani di coltivazione della zona. Gardenato e Ambrosini sono conosciuti per l’indagine del 2007 condotta dalla Finanza e coordinata dai PM Tamborini e Puzone sulle cause dell’alluvione del 2003. E per quel processo ci fu la prescrizione. Puzone, va ricordato, fu sostituito nel mentre da Federico Manotti, ovvero il predecessore di Aldo Giubilaro. E in questa indagine c’è la curiosa analogia fra le “opere di regimazione scarse e insufficenti” di allora, con i danni sopra descritti a La Piana.
Un altro particolare inquietante è dato dal fatto che il Gardenato sia stato (e forse è tuttora) il responsabile del piano di cava Antonioli. In quella cava morirono due cavatori, un terzo si salvò per miracolo e il direttore dei lavori rischiò il crepacuore innanzi alla tragedia.

E ora passiamo alle possibili risoluzioni della vicenda.

La prima di queste è anche la più scontata: paga pantalone. La comunità si accollerebbe le spese per il ripristino. E non sono noccioline: sistemare la strada di Noceto, ad esempio, ci è costato 700mila euro. I tempi – ovviamente – sarebbero biblici, o giù di lì.

La seconda è, invece, la meno scontata: pagano le cave. Ovvero, qualora indagini e valutazioni confermassero l’ipotesi di una responsabilità delle cave (e dei soggetti) di cui sopra, sarebbero chiamati a rispondere economicamente del danno provocato alla collettività. In soldoni: gli enti preposti fanno i lavori, e i responsabili (prima o poi) pagano. I tempi? Più o meno come sopra.

La terza opzione è, dunque, quella preferibile (per le cave): fare in fretta e furia una strada alternativa (tipo in Villa Ceci, ndr), su un terreno di dubbia stabilità. Nel mentre, si riempirebbe alla bell’e meglio la voragine, pur di tornare quanto prima al proprio lavoro. Oltretutto, la fretta di cavatori e sassaioli potrebbe portare a valutazioni sbrigative e insufficienti. Con il risultato che fra qualche anno potremmo essere “da capo, signori”. Un pò come avvenuto negli ultimi vent’anni.
Senza contare il fattore della “beneficienza”: se i mezzi li mettessero loro, farebbero anche un figurone nei confronti della collettività. Quella più ignorante, ovviamente.

Oltre a chiedersi chi pagherà per tutto questo, ci si domanda:

  • Chi ha dato l’autorizzazione a scavare gallerie in quel punto?
  • E sopra, le cave che sversano acqua e fango sulla carreggiata, sono autorizzate a farlo?

Durante l’era Zubbani, il Movimento 5 Stelle chiese in consiglio di bloccare il transito dei camion del Sagro. Più precisamente:

“Il M5S Carrara impegna il Sindaco e l’amministrazione comunale, considerati il danno alla salute dei cittadini, i rischi di un tale traffico lungo le strade di Castelpoggio e Gragnana e del centro città, i costi e le finalità della Strada dei Marmi, e, non ultima, l’ordinanza del Tribunale, a rinunciare a tale scellerato progetto di transito del camion del marmo”.

La richiesta aveva una finalità precisa: preservare i paesi e chi li abita da molteplici rischi, fra cui quello di rimanere isolati per via di frane e smottamenti. Analogamente a quanto accadrà a Colonnata da ora in poi. Ovviamente, tale richiesta fu respinta da Zubbani & Co… Ma ora Zubbani non c’è più.
Come citato in questo articolo, nel 2007 è risultata “significativa la collaborazione dei cittadini nel fornire materiale” alla Procura di Manotti. La stessa Procura diretta oggi da Aldo Giubilaro, che a onor del vero non ci ha mai voluti incontrare.

Manotti… Ci manchi.

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