Beni estimati, solo 29 le cave tutte comunali

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ponti varaSono un retaggio di 261 anni fa, ma sono ancora lì, e lottano contro di noi. Sono i “beni estimati”, che in questi due secoli e mezzo si sono come per miracolo estesi a dismisura.

Adesso, su 81 cave attive nei bacini marmiferi della nostra città, si scopre che solo 29 sono completamente pubbliche, in regime di agro marmifero comunale a tutti gli effetti. Delle altre 52 cave in attività, otto sono totalmente in regime di bene estimato, e ben 44 hanno quote variabili da 3-5% fino a oltre la metà. Il risultato è che gli introiti derivanti dal canone di concessione – che pure sono sensibilmente cresciuti dopo che il canone è stato portato all’8 per cento – potrebbero essere circa il doppio, se solo si accelerassero le pratiche per cancellare un obbrobrio giuridico.

A dirlo non siamo noi, ma il parere del professor avvocato Paolo Barile, recapitato a palazzo comunale nel lontano 9 aprile del 1999 – durante la giunta Segnanini, che aveva annunciato una battaglia per riportare al patrimonio pubblico i beni estimati – e poi lasciato lì, a galleggiare. Il professor Barile morì l’anno dopo. In quegli anni forse non vi era l’urgenza – sulla carta, è ovvio – di aprire un fronte beni estimati: era in pieno corso la guerra sulla tassa marmi. Guerra che è stata perniciosa quant’altre mai per il Comune: persa la certezza di quell’introito, ha poi sottoscritto accordi vari al ribasso con gli industriali, e soprattutto, negli anni ha introdotto una serie di “peggiorìe (dal punto di vista dei cittadini, non degli imprenditori) al regolamento degli agri marmiferi, come le trattative per le tariffe, gli arbitrati ecc.. La strada maestra, come ripetono vari esperti fra i quali il fiscalista Giulio Andreani, sarebbe una e una sola: prendere in mano la sentenza della Corte Costituzionale del 1995, laddove si dice che le concessioni sono temporanee e onerose, e fissare un canone di concessione. Per tutte le cave attive, e vedere se qualcuno avrebbe il coraggio di fare un ricorso perché in possesso di “bene estimato”: sarebbe curioso vedere la reazione della Corte Costituzionale, che ha già dichiarato morte e sepolte le leggi estensi, o perfino dell’Europa, che adesso preme con la Bolkestein. In ogni caso, il sindaco in campagna elettorale ha detto e ripetuto che affronterà il nodo, la commissione marmo ne ha iniziato a parlare, adesso la città si aspetta un’azione forte, incisiva. Anche perché le cifre che riportiamo in tabella sono impressionanti. A parte il dato discutibile, già affrontato più volte, del valore medio a tonnellata attribuito al marmo escavato (il più alto è 450 euro la tonnellata, nella cava Bettogli B di Franchi-Soldati), ben sapendo che le quotazioni sono assolutamente diverse. Vi è poi il punto delle tariffe incassate: praticamente, è solo una minoranza, 29 cave appunto, che pagano il 13% del valore dell’escavato, poco meno del famoso “settimo” (quivalente a circa il 14%) preteso illo tempore dai concessionari ai subaffittuari. Le altre 52, chi per pochi decimi di euro, chi completamente, non paga l’8% di canone di concessione, ma percentuali variabili rispetto alla quantità di bene estimato “posseduto”. Proprio la cava Bettogli B, ad esempio, è quasi per il 90% bene estimato, la Bettogli Zona Mossa, di Giorgio Vanelli di Aldo Vanelli, è completamente bene estimato. La lettura della tabella è immediata: quando nella colonna “canone di concessione” c’è scritto 0, vuol dire che quella cava è tutta bene estimato. Quando invece nella colonna del risparmio c’è scritto 0, significa che quella è una delle 29 cave tutte in regime pubblico. Il risparmio – per gli imprenditori – equivale al minor introito a tonnellata per palazzo comunale: è la differenza fra quello che l’imprenditore pagherebbe di canone di concessione pieno (l’8 per cento del valore attribuito al marmo escavato) e quello che invece realmente paga.

C’è un’ulteriore complicazione: le cave che sono andate all’arbitrato – un altro autogol veramente inspiegabile autoinserito dal regolamento degli agri marmiferi qualche anno fa – hanno la possibilità di pagare, fino all’esito dell’arbitrato, i 7 decimi del canone di concessione. Non certo del canone sulla base della legge regionale 78-98 (il 5%): per fortuna c’è quella legge. Le cave che stanno pagando il canone ridotto sono nove delle dieci all’arbitrato, perché la 67 Bettogli Zona Mossa, come detto, ad oggi è esente dal canone di concessione: n. 10 Calacata (paga 4,91 euro anziché 7,02 di canone di concessione); Bettogli B (2,37 euro la tonnellata anziché 3,38); Fiordichiara A (4,99 anziché 7,12);Tagliata (3,21 anziché 4,59); Carbonera B (4,36 anziché 6,22); Strinato B (1,24 anziché 1,77); Fantiscritti B (4,04 anziché 5,77); Calocara A (17,45 anziché 24,93); Querciola (4,48 anziché 6,40).

Leggi l’articolo: Il Tirreno

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