IL RICORDO E’ IL TESSUTO DELL’IDENTITA’

Chi ha un ricordo vivo di quei momenti rammenta il boato, l’odore, ma sopratutto la paura.

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Trent’anni sono passati dal quel giorno maledetto, da quell’esplosione che ha sconvolto il nostro territorio.

Chi ha un ricordo vivo di quei momenti rammenta il boato, l’odore, ma sopratutto la paura. E la lunga lotta per la chiusura di quel mostro chimico che era la Farmoplant.

Chi non c’era – o non era ancora nato – ne paga comunque le conseguenze, anche oggi. Il nostro è infatti un territorio malato, inquinato. E dove si muore prevalentemente di tumore.

Non va dimenticata, quella nube di Rogor.

E neppure la lotta per il diritto alla salute, che già aveva preso coscienza attraverso la sensibilizzazione operata dalla Assemblea Permanente di allora, e che dopo l’esplosione crebbe fino a decretare la chiusura dello stabilimento.

Trent’anni sono passati da quel giorno maledetto, ma la strada è ancora lunga. La falda acquifera è sempre inquinata, e i terreni bonificati arrivano appena al 5%. E – cosa ancora più inquietante – non si dispone tutt’oggi di un “registro dei tumori” riguardante il nostro territorio.

non soltanto Rogor in quegli anni

Il tutto nel silenzio di chi dovrebbe tutelare la nostra salute, ed oggi consente che le sorgenti carsiche (che alimentano i nostri acquedotti) vengano inquinate con olii, metalli pesanti e marmettola.

Ed oggi come allora, il prezzo che la popolazione pagherà negli anni a venire sarà alto. Molto alto. La cittadinanza ha comunque imparato molto da questa vicenda. E non smetterà mai di credere e di lottare.

 

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